
Donatella Gimigliano
Avevo 49 anni, una vita normale, un bel lavoro nelle pubbliche relazioni e come ufficio stampa di importanti personaggi ed eventi. Una sera in un giorno di pioggia accade uno stupido incidente, perdo solo l’equilibrio e lo scooter mi cade addosso, sbatto con il petto.
Al pronto soccorso mi fanno una lastra, tutto ok. Dopo qualche mese, proprio all’altezza del punto dove avevo sbattuto, spunta un piccolo bozzo. Mese per mese continuava a essere sempre più evidente e doloroso, ingenuamente pensavo che fosse un livido “interno” che non guariva.
Avendo alcuni problemi di estetica del seno mi sono rivolta a Raffaele, un giovane e preparato chirurgo plastico che durante la visita si accorge del mio “bozzo” e mi chiede spiegazioni, “è un livido che non guarisce” gli dico mentre lui squoteva la testa. Preoccupato mi chiede di fare tutti gli accertamenti del caso. I risultati mi vengono consegnati il giorno della vigilia di Natale, “carcinoma duttale infiltrante”. Il mondo mi è crollato addosso. Chissà perché ero convinta che non mi potesse succedere un fatto del genere, “avevo già dato”, da pochi anni avevo perso mia sorella Bice per lo stesso male… una ferita ancora aperta, una cicatrice indelebile. Ed invece ora toccava a me.
Mi sono fatta forza e ho deciso di combattere con tutte le mie energie questo male. La mia preoccupazione era di rivivere il dramma di mia sorella, operata tre volte, due “conservative” e poi mastectomia. Il tumore passava da un seno all’altro. Poi, metastasi dappertutto e la fine. Mentre era ancora vivo il ricordo di mia nonna senza un seno, lei sì, era sopravissuta fino alla vecchiaia. Sentivo di dover prendere una decisione difficile, dolorosa, soprattutto radicale.
Decisivo è stato l’incontro con Riccardo Masetti che, soprattutto per la pesante familiarità, concorda che la mastectomia bilaterale fosse la soluzione più corretta. Ero terrorizzata. Mi preoccupava soprattutto la parte ricostruttiva, ingenuamente pensavo di potermi riprendere la mia vita affettiva, ma non è stato così, e tutt’ora sono sola.
Sono credente, ma a modo mio e penso che quell’incidente non sia stato casuale, che “qualcuno” ha voluto che accadesse…perché quell’urto è stato rivelatore e ha accelerato la visibilità e la diagnosi del mio cancro. Sarebbe successo più in là, chissà a quale stadio.
Cosa mi ha dato la forza di resistere e andare avanti negli ultimi 10 anni è stata la mia “creatura”, il figlio che non ho potuto avere, “Women for Women against Violence”, una “visione” che unisce i due killer delle donne, la violenza di genere e il tumore al seno, ora anche programma tv.
Questa meraviglia è un raggio di sole che mi consente, oltre a raccontarle, anche di dare aiuto alle donne in difficoltà, e questo mi rende felice, perché conosco bene quella tossicità economica che devono affrontare.
Si è accanita anche su di me a causa del tumore che mi ha portato via il lavoro senza che nessuno mi potesse aiutare. Anni e anni di battaglie per la sopravvivenza.
Ne sono passati 12, e non è cambiato nulla, ancora oggi non mi dà respiro.
