
Elga Magrini
Mi chiamo Elga e la mia storia è simile a quella di tante altre donne: una storia di controlli regolari e prevenzione periodica al seno che un giorno portano ad una diagnosi di mammella invasa da cancro.
Confusione, rabbia, rassegnazione, una moltitudine di sentimenti, incluso quello della tentazione di arrendersi, si affollarono dentro di me.
Una notizia del genere è paragonabile ad un treno che ti investe e poi torna indietro più volte, cosicché tu, oltre al dolore fisico, abbia la percezione del terrore che si sta abbattendo su di te, una violenza.
Avevo improvvisamente perso il controllo della mia vita e dovevo lasciare che fossero gli altri a prendersi cura di me, affidandomi all’amore di mio figlio, che con forza mi ha sostenuto, a dei medici straordinari dell’Istituto dei Tumori di Roma, che con competenza mi hanno accompagnata nel percorso terapeutico, alla psicoterapia, agli infermieri, ai farmaci pesanti e all’amore che ho per la vita.
Il cancro è una patologia cellulare, come molte altre malattie, ma al cancro si associano spesso delle cause oscure che portano il malato a sentirsi colpevole e spesso ad essere identificato con la malattia.
Sento inoltre dire spesso ai malati oncologici frasi come “devi lottare”, “non arrenderti”, “se lo combatti lo vinci”: frasi insulse perché chi ha un tumore ha una sola possibilità di uscirne, ovvero che le terapie funzionino e che la ricerca scientifica vada aventi per migliorarle.
Il cancro è una prova medica, non psicologica e se è vero che la forza d’animo è importante, lo è anche saper riconoscere che se un malato non sopravvive non è perché non si è impegnato abbastanza, e guarire non è una resa, per favore non aggiungiamo al dolore l’utilizzo di un linguaggio bellico, non è una guerra, e non c’è chi vince o chi perde.
Io non ho affrontato la malattia con il sorriso, perché comunque il cancro non si fronteggia con un ottimismo impossibile o con esortazioni. Il cancro si cura in sala operatoria, con le medicine e con uno stile di vita sano.
Ho imparato non senza fatica ad evitare di sprofondare nell’ansia e a non farmi sopraffare dalla paura per dei processi inevitabili come la chemioterapia.
Ho infatti cominciato a pensare che se anche avevo un cancro al seno, io non ero il cancro. Io ero altro.
Avere inoltre informazioni approfondite sulla malattia e sulle fasi della terapia mi ha aiutato molto, perché misurarsi con la realtà attraverso la conoscenza fa comprendere il proprio percorso ed aiuta ad affrontarlo. Come una bussola nel dolore.
Le sensazioni vissute in quei momenti hanno scatenato in me una ribellione fortissima rispetto alla realtà della malattia e il primo passo alla fine delle terapie è stato quello di riprendere subito il mio lavoro, con la dignità di sempre, con il supporto prezioso di colleghi ed amici, apprezzando l’importanza delle cose semplici.
Chiudo questa mia storia con un plauso alla recente legge per il diritto all’oblio oncologico, frutto della sensibilità politica di chi mi ha ascoltata, che oggi rimette al centro chi ha vissuto e superato un’esperienza simile e che ha diritto di ritrovare i propri spazi e la propria capacità sociale al pieno delle possibilità.
Il mio ultimo pensiero di queste righe, ma il più importante, va alle donne che ho incontrato lungo questo cammino e che purtroppo non ci sono più la cui forza ancora mi incoraggia
