
Katia Villirillo
13 gennaio 2018, ore 16:30.
Mio figlio Giuseppe muore tra le mie braccia.
Quelle stesse braccia che lo avevano stretto la prima volta, accogliendolo in questo mondo, ora lo sorreggevano mentre la sua giovane vita si spegneva. Aveva solo 18 anni. Troppo pochi per dire addio, troppi per non aver lasciato un segno indelebile.
Gli asciugo l’ultima lacrima che scivola dall’occhio destro mentre dentro di lui il sangue si riversa in silenzio. Cinque colpi. L’ultimo al cuore.
In quell'istante, una parte di me muore con lui.
Giuseppe muore nel mio centro antiviolenza. Muore per salvare me.
Ho salvato tante vite, strappandole alla mafia, alla prostituzione, alla violenza, alla criminalità organizzata. Ma loro, uccidendo mio figlio davanti ai miei occhi, hanno ucciso anche me. Due volte. Mi hanno condannata a vivere con questo peso, con questa immagine scolpita nell’anima: mio figlio che cade, mio figlio che muore, mio figlio che mi salva.
Dopo la sua morte, mi sono persa in un labirinto senza uscita. Il dolore era troppo forte. Ero sospesa tra il cielo e la terra, incapace di respirare, di esistere. Poi, lentamente, la nebbia si è diradata. Ho iniziato a vedere, a capire.
Due anni dopo, il bivio. Sopravvivere con questo dolore immenso o lasciarmi morire lentamente.
Giuseppe mi sussurrava ancora: “Mamma, non mollare mai.”
Lo diceva sempre. Un mese prima di morire avevo avuto un piccolo infarto, e lui mi stringeva forte le mani, implorandomi di resistere. E allora decido. Decido di vivere, ma non solo per me. Decido di vivere per lui, di portare avanti il suo esempio. Giuseppe non è un ragazzo che uccide. Giuseppe è un ragazzo che protegge. Un ragazzo che si è fatto scudo con il suo corpo per difendere una donna: sua madre.
La mia rinascita nasce dal mio dolore.
Ho capito che per risalire, dovevo prima sprofondare nell’abisso più buio della mia anima. Guardare in faccia il dolore. Affrontare le mie paure. E poi, trovare la forza di riemergere. Per continuare a salvare vite, anche se non sono riuscita a salvare la sua.
Oggi sono una di loro. Oggi il mio aiuto è infinito. Perché ho subito la violenza più grande che possa esistere: perdere un figlio davanti ai miei occhi, per salvare i figli, le figlie, le madri di altri.
Ho ricevuto 17 premi nazionali e internazionali per il mio impegno sociale. Ma il primo, quello che mi ha davvero dato la spinta a reagire, è stato il Camomilla Award. Una mano tesa. E io, fragile, spezzata, l’ho afferrata con tutta la forza che mi restava. Un simbolo che ho fatto mio. Una promessa sussurrata nel vento: “Mamma, non fermarti. Continua a combattere in mio nome. Aiuta i giovani, aiuta le donne.”
E mentre scrivo queste parole, il telefono vibra. Un messaggio vocale.
“Ho bisogno di te… mi ha massacrata.”
Avrei tanto da scrivere su queste pagine bianche…
Sono rinata sette volte. La vita mi ha educata al dolore. Ma le mie cicatrici raccontano storie di speranza. E Giuseppe, da lassù, veglia su di me. Mi dà la forza di andare avanti. Perché la sua luce non si spegnerà mai.
