
Patrizia Mirigliani
Quando ho avuto la diagnosi vivevo a Trento, avevo 42 anni e avevo un bambino di 7.
Rientrata a casa dopo quella notizia la prima reazione è stata di disperazione. Camminando lungo il fiume Adige mi sono detta “la faccio finita, se ho un tumore maligno è meglio morire”. Poi ho pensato “e se magari ci sono delle possibilità di salvezza?”.
Questo approccio positivo mi ha aiutato a vivere meglio la malattia, con la voglia, come madre, di continuare a vivere per Nicola. Da parte del mio compagno mi aspettavo un atteggiamento di comprensione… Pura illusione.
Mentre io facevo le chemio lui mi tradiva con la sua amante, la donna che poi ha sposato. Oltre al dolore fisico anche quello dell’abbandono…
Mi ricordo la prima volta che ho tolto il cerotto… Vedere mezzo seno mi fece sentire una donna a metà. Non mi accettavo e pensavo, come potrà mai accettarmi un altro uomo in questa condizione? Quella ferita fa male sia fuori che dentro… Un grande dolore, che però ci fa capire quanto coraggio abbiano noi donne rispetto ad alcuni uomini…
Fortunatamente ci sono gli uomini comprensivi, come Mio padre Enzo Mirigliani… I giorno del mio primo intervento tenendomi la mano mi disse una frase che porto gelosamente nel mio cuore: “l’idea di poterti perdere mi fa capire di quanto non ti sia stato abbastanza vicino in questi anni”. Lui era un uomo straordinario che vive per una sua terza figlia Miss Italia… Eppure nel periodo della mia malattia, lui abbandono Miss Italia per me dimostrandomi quanto io fossi veramente importante per lui…
Durante gli anni di tranquillità, circa 24, mentre io riprendevo possesso della mia vita, il mostro silenziosamente cresceva di nuovo dentro di me…
Durante la malattia di mia sorella, anche lei colpita da tumore al seno, scopro di avere una recidiva… Di nuovo finisco nel tunnel della disperazione… Mi sono sentita: tradita, abbandonata, vulnerabile…
Ero costretta a riaprire un capitolo doloroso della mia vita con delle responsabilità enormi, ancora più grandi della prima volta. Ho dovuto rielaborare la malattia in una età diversa e in una condizione diversa, ma ho trovato nuovamente la forza per andare avanti.
Spesso penso a quelle donne che non sono riuscite a vincere la loro battaglia, e mi dico che se io ne ho passati due e sono ancora qui, forse ho un testamento da lasciare.
Ho fatto bene a non aver ceduto alla disperazione, ho fatto bene a combattere anche la seconda volta, perché dovevo vedere la fine di questa storia, ma quando dico questo mi viene paura, perché, la sua conclusione, riguarda anche la mia vita.
