
Pinky
Sono arrivata in Italia con la mia famiglia quando avevo sei anni, in un paese della provincia di Brescia. Dopo le superiori mi è stato combinato il matrimonio. Io cresciuta in un paese libero come l'Italia, che amavo vestirmi all'occidentale, guidare la macchina, parlare l'italiano, con un uomo che aveva vissuto in India fino al nostro matrimonio, che subito ha iniziato a farmi sentire in colpa per essere una donna emancipata, isolandomi da tutti.
A due anni di distanza lui continuava ad umiliarmi, dai soprusi psicologici passa a quelli fisici. Io sopporto in silenzio, sperando in un cambiamento, ma ad un certo punto inizia ad alzare le mani sui miei figli. Questo non potevo sopportarlo e reagii rispondendogli a tono.
Lui mi picchiò violentemente e i vicini chiamavano la Polizia e la mia famiglia. Solo allora la mia famiglia capisce quello che da anni stavo subendo. Mi convincono a denunciare.
Mentre mi stavo preparando per andare in Questura, arrivò mio zio. Si tolse il turbante, segno di massimo onore per noi Sikh, e me lo mise ai piedi dicendomi “Se non vuoi disonorare la tua famiglia, tu adesso torni da tuo marito e gli chiedi scusa”. Di fronte a questo gesto nemmeno i miei genitori riescono a opporsi.
Costretta ad obbedire andai a casa della madre e del fratello di mio marito, che mi fecero inginocchiare e chiedere perdono. Mia suocera, sputandomi in testa, mi disse “hai capito qual è il tuo posto? Ai nostri piedi". Lì la mia dignità scomparve totalmente.
Quattro mesi dopo, una sera, gli dissi che volevo rifarmi una vita con i miei figli. Lui iniziò a cospargermi di diavolina liquida. Ho cercato di scappare, ma tutte le porte erano chiuse e riuscii ad uscire in giardino.
Ma poi mi fermai, preoccupata che potesse fare qualcosa a loro. Nemmeno il tempo di mettere in ordine questi pensieri che lui è già dietro di me con un accendino rosso, e mi dà fuoco. Mentre cadevo sul suolo in preda alle fiamme, incrocio lo sguardo dei miei bambini che gridavano davanti alla porta.
La più grande, di cinque anni, tappava gli occhi al fratellino di tre. Ho pregato Dio di farmi vivere per loro. Deve avermi ascoltata.
Dopo un mese e mezzo di coma, ustioni sul 90% del corpo, mi sveglio legata. Avevo subito una tracheotomia e non avevo più la voce. Non sapevo se ero viva o morta.
Fortunatamente le mie condizioni fisiche migliorano, ma mi trovo costretta a interrompere le cure perché erano considerate chirurgia estetica e non erano coperte dalla mutua. Sono tornata a lavorare senza ricevere alcun sussidio dallo Stato. Il processo si svolse con un rito abbreviato e mio marito fu condannato a 15 anni di carcere.
Oggi ho deciso di aiutare altre donne e sono testimonial di Wall of Dolls, un'installazione permanente che si ispira ad un'antica tradizione indiana.
Ogni volta che una donna subisce violenza, una bambola viene affissa sulla porta della sua casa. Fu inaugurato a Milano su iniziativa di Jo Squillo.
Ora è una onlus e facciamo diverse raccolte fondi per progetti di sostegno delle vittime di violenza.
